Milano 10 maggio 2013

È solo vino, ma dietro ci sono famiglie, interessi, passioni, potere, insomma uno spaccato della società.
Qui a Milano a palazzo Clerici, abbiamo degustato insieme ad una quindicina di opinion leader italiani e stranieri, circa 160 campioni di vini friulani con diversi anni di imbottigliamento.
Cosa abbiamo imparato? Cosa porteremo a casa?
Primo,  anche se queste attività hanno uno scopo promozionale per la nostra Regione, le aziende le vivono come una sfida fra loro utile a stabilire chi è il leader. Secondo, è difficile che degustatori di fama assaggino con umiltà e attenzione i nostri vini e probabilmente anche quelli degli altri. Terzo, il successo commerciale di un vino non è necessariamente successo di critica e viceversa, e bisogna vedere quali dei due scegliere. Quarto, una domanda che mi ronza in testa sempre dopo queste degustazioni: cosa fare per ottenere attenzione? Come sarebbe per i vini della Borgogna ad esempio. Con l’amaro in bocca viene voglia di mettere in secondo piano la promozione istituzionale, ma poi? Dedicarsi al proprio marchio, farne un brand? Abbandonare ogni forma di identità di territorio, per pensare solo alla propria azienda?  Ma fare un vino privo di identità territoriale potrebbe funzionare nel lungo periodo? Quanti vini uguali al nostro costerebbero meno? E per quale motivo un consumatore dovrebbe stappare una nostra bottiglia piuttosto che un’altra?
No! Bisogna insistere finché i consumatori, gli opinion leader, i giornalisti capiscano cos’è un vino friulano, qual è il massimo del prodotto che qui si può fare ed anche i produttori come me devono comprendere che non ci rivolgiamo a tutti, ma ad un preciso target di consumatore.

 

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